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21/12/2023

L'UNIVERSO CALVINO
di Antonia Flaminia Chiari

 

«E un poeta disse: parlaci della Bellezza. Ed egli rispose: Dove cercherete la bellezza, e dove pensate di trovarla, se non sarà lei stessa vostra via e vostra guida? Come potrete parlarne, se non sarà lei stessa la tessitrice del vostro discorso?». La citazione, scelta non a caso come incipit di questo intervento, è tratta da Il profeta di Khalil Gibran.

In una mare magnum di realtà interagenti – la poesia l’arte la bellezza da una parte, la bioetica dall’altra – si aprono scenari costellati da punti di convergenza, partendo dalla considerazione che la bioetica è una disciplina che avvia tutte le altre, le allerta, le sintetizza, in direzione del Bios, superando il riduzionismo di una cultura fondata sulla separazione dei saperi.

Poesia arte bellezza e bioetica sono legate dal problema antropologico – chi è l’uomo e qual è il suo posto nel mondo – dal tentativo di trovare una dimensione di senso, che pone l’essere umano in rapporto con il suo concreto esistere dalla nascita alla morte, di riscontrare la narrabilità di una problematica bioetica dove entrano in gioco soggetti con le loro storie personali, con le loro identità; un narrare che si pone come necessaria rotta e necessario approdo che l’arte in generale non smetterà mai di tracciare e conquistare.

La poesia, la letteratura, l’arte, sono trivelle, specchi che attingono al bios, lo ricreano, lo oltrepassano, lo riposizionano con lo strumento principe della parola o del pennello, che è anche strumento di indagine, un passe-partout per leggere l’esistente, per definirlo secondo proprie percezioni, che diventano il luogo d’incontro tra l’autore e il lettore. Con la parola, con un segno, con un simbolo, si indaga, si esplora, si cattura la vita e la bellezza, rimandando ad un disvelamento dell’invisibile celato, a questioni di tipo filosofico, antropologico, culturale, artistico, civile e politico. E’ un cercare il cammino del mondo come carme universalis che è la vera pulsione della vita.
Ed ecco che una parola, un tratto, richiama un’attenzione, fissa una immagine, creando prospettive e visioni che modificano la realtà. Siamo in un racconto, sul filo di una narrazione che propone una storia.

E’ il regno del logos, del segno, del simbolo: affascina, impietrisce, ipnotizza, è suono, è sguardo che diventa incanto. Ed è qui che emerge la bellezza e la divinità che c’è nel mondo anche quando la coltre dominante è una contro-narrativa della bellezza che più non si congiunge al bello e al buono, che ne smentisce la realtà per fare spazio ad etiche situazionali e ad altre manifestazioni estetiche del reale, come la bruttezza, che si inserisce come superamento del nesso tra forma e giudizio morale.

Inoltre, quando si esplora vengono in evidenza i legami tra ispirazione artistica e ascolto del proprio inconscio cognitivo alla ricerca delle modalità che danno origine alla inventio, introdotta nella retorica classica e trasformatasi nel tempo fino a coincidere con la stessa ispirazione.

La stessa bellezza, trattata come un tema dell’antropologia storica, recuperata all’interno di una prospettiva antropologica dove assurge a valore per l’uomo e per la vita – spostando l’attenzione sulla persona – è da considerarsi come humanum in quanto costitutiva della dimensione umana. Ambigua per sua natura, ha in sé una potenza salvifica, ma allo stesso tempo chiede di essere salvata e protetta. Simone Weil sostiene che in ogni bellezza c’è una contraddizione irriducibile. Sant’Agostino conosce il rischio della bellezza, che può salvare il mondo se rapportata alla verità. Paride sceglie Venere che gli promette l’amore di Elena ed è guerra, distruzione, schiavitù; Narciso perde la vita nella contemplazione della propria bellezza; la bellezza di Desdemona acceca Otello e la gelosia lo spinge ad uccidere la donna tanto amata. E pensiamo alla tematizzazione della bellezza nelle raffigurazioni della natura, che richiama fortemente ad una coscienza ecologica per la salvaguardia dell’ambiente.

Ogni forma espressivo-artistica ha da sempre celebrato la natura e la sua bellezza, descrivendola, fotografandola, dipingendola, proiettandovi la propria anima, modificando la realtà, così che ciò che prima non c’era si manifesta. Penso all’Infinito di Giacomo Leopardi, a quell’ermo colle che si è innalzato a topos letterario spirituale universale, che è diventato l’ermo colle di ciascuno di noi, che simboleggia lo spazio in cui sostare, dove contemplare l’infinito e la propria condizione umana, dove sentire il silenzio dell’eternità, e che mi ricorda le ansie, le pulsioni, la rosa unica e speciale del piccolo principe di Saint-Exupery, il poeta scomparso tra le nuvole.

Ma anche come spinta verso l’assunzione di atti di impegno civile e di denuncia a seguito di una maggiore e diffusa sensibilità per i valori ambientali.

Così la poesia. <<La poesia è chiamata è chiamata a coglere il palpito invisibile delle cose visibili: quelle parole interiori che ogni cosa possiede, quella forma che ad ogni cosa imprime come un sigillo ed un’orma della bellezza divina>>. Così scrive Giorgio La Pira nella Pasqua del 1930 a Salvatore Quasimodo, in occasione dell’uscita del primo volume di Acque e terre.

La voce del poeta sconfigge il tempo, perché racconta della condizione umana estesa tra due notti, quella che anticipa la nascita e quella che succede alla morte, che rappresenta un ponte sul nulla, sul non ancora e sull’essere stato; il canto che narra il tempo interiore dell’umanità; la parola che getta luce su memoria e speranza, su cuore e mente, e aleggia immateriale, ma plastica, sul mondo perso.

La bellezza come luogo del sublime; la bellezza come via pulchritudinis, via delle possibilità di recupero dei valori della vita. <<La bellezza salverà il mondo>>, afferma il principe Miskin ne L’Idiota di Dostoevskij. Ma quale bellezza? Quella capace di curare il male, attraverso sentimenti mossi dal bene. La bellezza che gli occhi continuano a vedere anche quando il male diventa l’unica dimensione con cui confrontarsi, e che la poesia restituisce, consacra a musica perenne, ad armonia cosmica.

E’ sublime bellezza la bellezza di essere se stessi, spiriti erranti, contro ogni forma di omologazione, asservimento e prevaricazione attraverso la libera arte e la libera parola.

La bellezza, così fragile così vulnerabile, è una domanda infinita che può generare l’oltre.

                                                                                  Antonia Flaminia Chiari
                                                                                  Centro Studi Leone XIII


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