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19/10/2021

- IL BAMBINO CHE DISEGNAVA LE OMBRE -
QUANDO IL GIALLO CI MOSTRA LA STORIA

Audio intervista ad Oriana Ramunno

 

 


 

 

E’ sarà sempre lo stesso: una Storia di cui non potremmo mai avere esatta idea. Documentari, testimonianze, mostre, film, libri, tanti libri. Dice bene Oriana Ramunno, autrice de “Il Bambino che disegnava le ombre” (Rizzoli, 2021) successo editoriale nazionale, ancora nella top ten dei libri più letti di quest’autunno: “Mai potremmo averne esatta idea”. Con Oriana, siamo di fronte ad un Giallo sulla Grande Storia ed insieme ne abbiamo parlato a casa mia lo scorso Agosto, davanti ad un buon succo di melograno, in un piacevolissimo incontro, foriero tra l’altro dei ricordi che ci hanno fatto, anni orsono, amiche di infanzia e compagne di giochi.  

Oriana è originaria di Rionero in Vulture (Potenza) e mi ha concesso l’esclusiva di un bellissimo dialogo-intervista che troverete in alto in formato audio.

“Il bambino che disegnava le ombre” ha alle spalle il dovere di una lunghissima gestazione. Un romanzo giallo - e giallo tra i più fini - meritorio di premi, riconoscimenti e al centro di intensi meeting di presentazione in tutta la Penisola, ma che al tempo stesso è lavoro avente in sé tutta la bellezza e la profondità di una documentazione storica che travalica la stessa classificazione di Giallo “tout- court”.

Una trattazione dal focus nitido e alto, ricca di amore per il particolare esatto (quello tipico appunto del Giallo) che sorre senza sosta, a ritmo serrato e incessante tra le pagine di un libro e che ci trasporta fin dalle prime righe , verso la bellezza ibrida ed agghiacciante di una lunga ed intensissima narrazione sullo Sterminio, assumendo fin da subito i tratti di un Noir potenziato, di un Giallo di eccellenza, appunto, che se da un lato tenta di fotografare i ricordi, gli umori e i colori inclassificabili di una tra le eredità storiche più pesanti ed ingombranti della storia umana, dall’altro riesce a porre (con coraggio quasi stridente per un giallo sull’Olocausto) un elemento di speranza, poiché sceglie di porre al centro della trama l’infanzia, se pure spezzata, negata, distrutta, violentata, martoriata, annullata, nei Lager Nazisti.

Chi sia Hugo Fisher e chi Gioele, lo scopriremo scorrendo le pagine di questo Noir che avvolge il Noir più grande degli ultimi settant’anni: ma intanto, scopo di questa intervista è attraversare le motivazioni, anche familiari, che hanno spinto la scrittrice verso una scrittura così coinvolgente e filmica su Aushwitz, rincorrendo, assieme a Oriana, per quanto possibile, quel “fil rouge” che attraversa empaticamente la scrittura di genere del Giallo Storico ed evidenziando, intanto, quanto un lavoro come il suo, vi assicuro, non abbia nulla da invidiare al romanzo stilisticamente ed emozionalmente più compiuto e raffinato.
Oriana Ramunno, nipote di uno dei tanti sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, ha attraversato con queste pagine, tutta Aushwitz. Lo ha fatto interrogandosi assieme a Hugo Fisher, disegnando con gli occhi grandi e speciali di Gioele, inorridendo e tremando di fronte ai forni crematori dove i figli degli ufficiali tedeschi avevano imparato a riconoscere dal fumo intenso e nero e dall’odore acre, tutte le volte che laggiù “si grigliava la carne”; lo ha fatto osservando il ghigno di ghiaccio appena trapelato e lancinante del dottor Mengele nei suoi discorsi, nei suoi atti più crudi e spietati, ha scandagliato e quasi passato al setaccio i fotogrammi delle “miriadi di ebrei senza storia passati nel campo di sterminio più famoso della storia” e che hanno fatto la storia ancora indicibile della “Soluzione Finale”.

Dal suo spiazzante punto di vista di giallo con sottofondo di biancore e di speranza, così come mi piace definirlo (la svastica sulla neve in copertina me ne rimanda forse il senso ultimo) “Il Bambino che disegnava le ombre” è, insomma, al di là del Giallo – non esagero – quasi un documento storico in più che ci viene donato: pagine che assurgono a una loro funzione di memoria narrativa attiva, la quale, se pure si fondano sull’immaginaria vicenda dell’omicidio del dottor Sigismund Braun, tantissimo narrano di quella “grande verosimiglianza” all’immane tragedia, e tutto, ma proprio tutto, hanno di tragicamente tangibile e verificabile, parola dopo parola, nei confronti di quella realtà dei fatti che rimane a noi nei tanti reperti storici ma che nonostante tutto, come dicevamo all’inizio, “raramente potremo toccare per intero nel suo profondo e inenarrabile orrore”.

Il paradosso di un singolo omicidio in mezzo ai quotidiani stermini di massa dei campi è la chiave di lettura geniale che Oriana Ramunno adotta per farci capire i paradossi della Storia: quelli del Male che si accanisce sul Bene, quelli del Bene che resta annichilito e impotente, senza perché. La sola via di fuga? Gli occhi inusualmente belli di un bambino. E i suoi disegni, i suoi tanti disegni sparsi in quell’orrore. Ombre nella luce di un domani che non dovrà ripetersi mai più.

Uno speciale ringraziamento a Oriana, nel ricordo dei nostri giochi di bambole nei pomeriggi del giardino di casa Ramunno a Rionero.

Angela De Nicola, Centro Studi Leone XIII



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